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I danni del terremoto? Se a pagarli non fosse sempre lo Stato, cioè noi

09 novembre

Centro:

 Paolo Bazzurro e Alberto Monti, docenti Iuss Pavia, intervengono sui costi della ricostruzione: “Serve un’inversione di rotta sul piano politico, economico ed istituzionale per allineare il nostro paese al resto del mondo”

Il terremoto del 24 agosto, con epicentro Amatrice, e i terremoti del 26 e 30 ottobre, fotografano una Italia ad alto rischio sismico. Il Paese è tornato a fare i conti con perdite di vite umane e pesanti danni economici. La gestione dell’emergenza in Italia comporta che ad intervenire, dopo ogni catastrofe, sia sempre lo Stato: 4,5 i miliardi stanziati dal Consiglio dei Ministri nei giorni scorsi, 135 miliardi quelli spesi negli ultimi 40 anni per il ripristino e la ricostruzione post terremoto.
Può essere sufficiente ridurre la vulnerabilità degli edifici per evitare eccessivi oneri a carico dello Stato?
“In parte sì – risponde Paolo Bazzurro – docente di Tecnica delle costruzioni alla Scuola Universitaria Superiore IUSS Pavia –, ma una abitazione non sarà mai completamente sicura. Il rischio non lo si elimina ma lo si può ridurre portandolo ad un livello considerato accettabile. Quale sia questo livello è una scelta politica e non tecnica. Deve essere però chiaro a tutti che per il patrimonio esistente il livello di sicurezza che si può realisticamente raggiungere anche adottando interventi significativi sarà in generale più basso di quello di edifici progettati e costruiti oggi. Più basso ma sufficiente in molti casi a salvare vite umane, come è avvenuto a Norcia dove gli edifici in parte rinforzati dopo i terremoti degli ultimi decenni hanno retto bene alla scossa che ha raso al suolo Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto il 24 Agosto. Ci sono voluti altri tre terremoti violenti per farli crollare. Se dopo il 24 Agosto lo sciame sismico fosse andato scemando anche le perdite economiche a Norcia sarebbero state ridotte considerevolmente da quegli interventi fatti in precedenza”.
Migliorare la resistenza sismica riduce le perdite economiche, ma non le azzera. Continuerà a pagare la Stato? “Ho la sensazione che in passato si sia avuta la memoria corta e dopo ogni terremoto ci si è dimenticati che ne arriveranno altri. Adesso spero che la percezione del rischio rimanga sufficientemente a lungo da innescare delle decisioni che mitigano il rischio di danni fisici al costruito e di danni economici ai cittadini e allo Stato. Lo Stato non può continuare ad avere una mentalità assistenzialista e intervenire con rimborsi a pioggia ad ogni catastrofe che raggiungono i cittadini con tempi e modalità che non consentono spesso il riavvio celere dell’economia della regione messa in ginocchio dal terremoto. Una assicurazione contro i grandi rischi, siano essi sismici piuttosto che geologici o atmosferici, magari parzialmente pagata con sussidi statali, consentirebbe di affrontare l’emergenza con la certezza per i cittadini di ricevere rimborsi in tempi brevi. Se poi questa assicurazione fosse obbligatoria il premio scenderebbe ad un livello accessibile essenzialmente a tutti”, prosegue Bazzurro sottolineando come l’intervento pubblico post catastrofe sia una situazione tipicamente italiana. “E lo Stato – conclude - potrebbe a sua volta assicurarsi perché non sarebbe in grado di fronteggiare i costi di ricostruzione dopo terremoti violenti in una zona molto popolosa in Italia che non abbia subito terremoti violenti negli ultimi 100 anni , ma in precedenza sì. E’ una mentalità moderna di controllo e gestione del rischio che dobbiamo acquistare”.

Da un punto di vista internazionale la tendenza infatti è diversa. Diversi accordi tra settore pubblico e settore assicurativo privato per la ripartizione dei danni derivanti da certe tipologie di catastrofi sono stati raggiunti in numerosi altri paesi quali l’Australia, il Belgio, il Giappone, l’Islanda, il Messico, la Nuova Zelanda, la Romania, la Spagna, la Turchia e gli Stati Uniti.
“In Europa un esempio è offerto dall’esperienza francese, la quale presenta un complesso sistema di assicurazione semi-obbligatoria dei danni causati da calamità naturali, incidenti industriali e terrorismo, con la possibilità, per il settore assicurativo privato, di cedere parte dei rischi alla Caisse Centrale de Réassurance (CCR), società di riassicurazione in mano pubblica che beneficia di una garanzia illimitata da parte dello Stato”, spiega Alberto Monti Professore ordinario di Diritto privato comparato.
Nonostante il dibattito politico sia in corso da parecchi anni e numerosi progetti di legge siano passati al vaglio del Parlamento, in Italia il sistema di finanziamento dei rischi catastrofali è ancora saldamente ancorato al meccanismo della legislazione dell’emergenza e dello stanziamento postumo di fondi pubblici ad hoc. Il risultato è che in Italia le imprese e le case private assicurate contro i grandi rischi sono solo l’1 per cento. “E non potrebbe essere altrimenti – commenta Monti –. Un tale approccio di stampo assistenzialistico non può innescare alcun meccanismo virtuoso di incentivo alla gestione efficiente dei costi delle catastrofi dal momento che mancala necessaria componente di responsabilizzazione individuale dei soggetti esposti al rischio. Responsabilizzazione che dovrebbe riguardare anche gli Enti locali i quali, svolgendo numerose attività funzionali alla riduzione dell’esposizione e della vulnerabilità al rischio - dalla pianificazione edilizia, alla gestione del territorio, alla redazione dei piani di emergenza -, dovrebbero vedersi legare, almeno in parte, il costo o l’estensione della garanzia assicurativa all’adozione di condotte virtuose”.